Consulenza aziendale e dimensione psicologica

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  • Autore: Dario Di Carlo
  • Data: 18 April 2017
  • Settore: Novità
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Consulenza aziendale e dimensione psicologica

Ci possono essere due situazioni di base che spingono un’impresa a rivolgersi ad un consulente esterno.
La prima ha a che fare con la dimensione organizzativa e caratterizza la maggior parte delle piccole imprese italiane.
La seconda attiene alla complessità tecnica o di  mercato che in specifiche circostanze l’impresa può trovarsi a fronteggiare.

La prima fattispecie è quella che si riscontra con maggior frequenza ed è effetto e conseguenza della ridotta profondità e strutturazione organizzativa delle imprese di piccole dimensioni italiane.
In queste, in genere, il coordinamento e il controllo avvengono con la supervisione diretta della proprietà, la gerarchia è limitata e pochi o nulli sono gli organi di staff e i quadri intermedi, la divisione del lavoro non è rigorosa e minima è la differenziazione tra le unità organizzative.

Manca, in particolare,  una linea manageriale deputata, con opportuni livelli di delega, allo svolgimento delle attività gestionali più complesse come la finanza, il controllo di gestione, il marketing, la gestione della rete vendita.

La carenza nella gestione di queste aree può diventare evidente in seguito a processi di espansione interni (crescita del mercato servito o della dimensione organizzativa) oppure a fenomeni esterni legati a dinamiche di  mercato non controllabili direttamente dall’impresa, ad esempio una crisi economica che impone il cambiamento delle logiche organizzative senza che l’impresa abbia sperimentato processi di crescita.

La seconda condizione che può spingere un’impresa a ricorrere a figure consulenziali esterne, in genere, si riscontra di fronte a problematiche eccezionali quali, solo a titolo di esempio, sviluppo di nuovi prodotti, ristrutturazioni, passaggio generazionale, accesso al mercato dei capitali, ingresso in nuovi mercati.

Quando queste due  circostanze si verificano, l’imprenditore è portato ad avvalersi di professionisti esterni in grado di dare risposte specifiche a problematiche specifiche. Almeno questo nelle intenzioni e nell’accordo contrattuale che lega le parti.

Nella realtà, il rapporto tra proprietà e consulente, al crescere del rapporto di fiducia del primo nei confronti del secondo, travalica gli aspetti tecnici e formali e si sposta su piani più personali e confidenziali.

Proprio perché, in genere, mancano livelli gerarchici intermedi e il “capo” è investito di molteplici ruoli e responsabilità oltre a quello di leadership, con la necessità di gestire in prima persona i rapporti con tutto il personale, spesso, nella solitudine dell’azienda, il consulente diventa suo confidente e “confessore”.

Durante le riunioni di lavoro può, così, capitare che le problematiche strategiche e gestionali passino in secondo piano e il merito della discussione si sposti dall’impresa all’individuo, assumendo la forma e la sostanza di una seduta psicanalitica.

Ad un occhio inesperto e poco consapevole delle dinamiche delle piccole imprese, il verificarsi di queste situazioni potrebbe rappresentare un cattivo impiego del tempo concordato per lo svolgimento dell’attività professionale. Riteniamo, al contrario, che ciò rappresenti, in realtà, una delle attività primarie e, probabilmente, prioritarie del bravo consulente: ci riferiamo all’attività di “ascolto”.

Senza un buon ascolto, senza comprendere a fondo la visione del mondo, le reali difficoltà dell’imprenditore e le sue frustrazioni per l’incompiutezza del disegno che ha in mente ma non riesce a realizzare, che giustifica fra l’altro il ricorso alla figura del professionista, l’attività di consulenza si svuota di significato e si riduce alla riproposizione di soluzioni standard e preconfezionate.

Il bravo consulente, al contrario, deve applicare le sue conoscenze e competenze per individuare soluzioni adatte allo specifico caso aziendale e umano di fronte al quale, di volta in volta si trova. In questo sta la difficoltà e il discrimine tra chi prende con serietà il suo lavoro e chi promette soluzioni facili, valide per tutti e, soprattutto, da attuare con poco sforzo, attraverso formule magiche di “successo automatico”.


 
 

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